OMBRE-LUCI
RIVISTA CRISTIANA DELLE FAMIGLIE E DEGLI AMICI DI PERSONE HANDICAPPATE E DISADATTATE
Fratelli responsabili?
Trimestrale anno Vili n. 1 Gennaio Febbraio Marzo 1G90
Spediz.: Abb. Post. Gruppo IV - 70% - Redazione Ombre e Luci - Via Bessarione 30 - 00165 Roma - 11 . 29
In questo numero
Dialogo aperto
1
SORELLE E FRATELLI
Forse è per mia sorella che sono « così »
4
Non carichiamoli di un peso eccessivo
di Mariangela Bertolini
5
Sentivo crescere la mia responsabilità
di Paola Mazzocchi
9
RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI
La vostra opinione
11
Chi siamo
13
Case... centri di accoglienza
16
Dall’Europa
19
LIBRI
20
VITA DI FEDE E LUCE
Comunità F.L. d'Italia
23
Quel pane « fino... fino »
23
Anche in Honduras
24
ABBONAMENTO ANNUO L. 15.000 - SOSTENITORE L. 30.000
Conto Corrente postale n. 55090005 intestato « Associazione FEDE E LUCE » Via Cola di
Rienzo, 140 - 00192 Roma
Riempire il modulo con la massima chiarezza, possibilmente in stampatello, cognome,
nome, indirizzo e codice postale.
Precisare, sul retro, che il versamento è per abbonamento a OMBRE E LUCI.
Trimestrale anno Vili n. 1 Gennaio Febbraio Marzo 1990
Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 19/83
Direttore responsabile: Sergio Sciascia
Direzione e redazione: Mariangela Bertolini, Nicole Schulthes - Natalia Livi
Servizio abbonamenti: Cristina Di Girardi
Redazione e Amministrazione: Via Bessarione, 30 - 00165 - Roma - Tel. 636106 - mercoledì
- venerdì - sabato 9.30-12.30
Fotocomposizione: Videograf Roma
Stampa: Ugo Quintily - S.p.A. - Via Di Donna Olimpia, 9 - Roma
Grazie, siete
un vero aiuto
Desidero ringraziarvi per
la vostra rivista che è vera¬
mente sensata e utile a mol¬
te famiglie che si trovano ad
avere bambini con vari han¬
dicap, in particolare psichici.
Vi ringrazio di. cuore a nome
di tutte le persone che fa¬
ranno tesoro dei vostri con¬
sigli, suggerimenti, appog¬
gio morale, esempi pratici
ed esperienze reali che voi
presentate attraverso geni¬
tori che hanno vissuto in pri¬
ma persona periodi difficili e
che poi, incontrando le per¬
sone giuste sono stati aiuta¬
ti a superare certe barriere e
a ritrovare un iter giornalie¬
ro tranquillo e sereno anche
con un bimbo handicappato.
Un grande grazie anche
perché nella vostra rivista si
sente la presenza cristiana.
Abbiamo tanto bisogno di
far sentire l’amore di Dio al
prossimo come prima regola
della nostra rivista di cristia¬
ni.
L’ultimo numero parla del¬
la prevenzione dei bambini
sordi. Mi permetto di allega¬
re copia di un lavoro fatto a
Como nel 1977 dal C.D.T.. È
stata un’iniziativa stupenda
che ha dato poi un ottimo ri¬
sultato. Forse vi interesserà.
Approfitto per mandarvi l’in¬
dirizzo di persone che si in¬
teressano a questi problemi.
Con i più cordiali saluti e
tutta la mia simpatia.
Annita Viola (Chiavari)
Grazie per averci fatto co¬
noscere un’iniziativa davve¬
ro interessante e che po¬
tremmo far conoscere ai no¬
stri lettori.
Scelte giuste
Vi ringrazio per le copie
saggio della rivista Ombre e
Luci che mi avete inviato.
Ho apprezzato la rivista
nel suo complesso ma in
modo particolare il n. 3 che
si riferisce principalmente al
problema della sordità.
Ritengo che dedicare ogni
numero ad un handicap pre¬
ciso con eventuali nuove
prospettive, sia in campo
medico che di inserimento
nel mondo del lavoro, sia
molto valido e comunque co¬
stituisca un arricchimento
per tutti.
Ho gradito anche lo stral¬
cio di alcuni passi del libro
« Una giornata con me » che
mi ha portato a riflettere su
questa realtà.
Ho deciso pertanto di in¬
viare un abbonamento alla
vostra rivista non soltanto
per me, ma anche per una
cooperativa per handicappa¬
ti che opera nella mia città
(AIES).
È un modestissimo omag¬
gio per questi ragazzi affin¬
ché trovino interesse, soli¬
darietà ed amicizia nella vo¬
stra rivista.
Rosanna (Lanciano)
Vorrei sentire
altre voci
Anna Maria è una ragazza
di 29 anni; all’età di 11 anni
è scoppiata la sua malattia;
per i nostri genitori e per
noi, fratelli e sorelle è stato
un colpo, uno shock. Da allo¬
ra è cominciato il nostro cal¬
vario.
Psichiatri e ospedali i no¬
stri punti di riferimento. Dia¬
gnosi: sindrome dissociati¬
va, psicosi.
Vorrei raccontare la mia
storia senza sentirmi una
vittima, vorrei urlare a tutti
la mia sofferenza senza es¬
sere giudicata e ora final¬
mente ho incontrato qualcu¬
no che è pronto ad ascoltar¬
mi.
La vita dove si muove un
handicappato psichico non è
più vita; fai di tutto per sen¬
tirti una persona normale e
non lo sei; i condizionamenti
sono talmente tanti che alla
fine ci rinunci; la speranza, il
desiderio di lottare si frantu¬
mano ben presto e il senti¬
mento dell’impotenza ti
1
piomba addosso.
« Devi pensare alla tua
vita, non puoi sacrificarti »
sono le parole degli amici.
Ma è proprio così che si deve
fare? Si vive bene lo stesso
facendo finta di niente? Io
non ci sono riuscita. Perché?
Ho anteposto gli interessi di
mia sorella ai miei, ho ante¬
posto le sue esigenze alle
mie e, a volte, a quelli della
persona che amavo. Ho agi¬
to bene così? Ho sentito i
dettami della mia coscienza
pensando di fare bene. Il
mio ragazzo non ha capito,
si è sentito in secondo pia¬
no, poco importante per me
e mi ha accusata di menefre¬
ghismo.
Vorrei sentire altre voci su
questo argomento, altre
esperienze per non sentirmi
sola in questo mondo egoi¬
sta e indifferente.
Vincenza Cavaliere
c/o Edizioni ADV
Via Chiantigiana 30
50023 Fai ciani Impruneta FI
Qualcuno dei nostri lettori
o lettrici saprà rispondere a
Vincenza per dirle il proprio
parere sull'argomento da lei
sollevato?
Ombre e Luci ha già rispo¬
sto personalmente.
Questo è il modo!
In data odierna ho effet¬
tuato un modesto versa¬
mento sul vs ccp. dopo aver
ricevuto la vostra rivista che
ho molto apprezzato.
Non so chi vi abbia fornito
il mio indirizzo, ma comun¬
que lo ringrazio perché mi
ha dato modo di conoscervi.
A mia volta vi segnalo due
nominativi di persone che
conosco interessate ai pro¬
blemi di persone disadattate
di Lanciano.
A.M.R. Lanciano
Questo è il modo con cui
Ombre e Luci si propaga qua
e là per 1'Italia. Cogliamo
l'occasione per ringraziare
quanti ci mandano nomina¬
tivi di persone interessate a
ricevere la rivista gratuita¬
mente per un certo periodo
e invitiamo i lettori a darsi
da fare soprattutto quelli
che non l'hanno mai fatto.
Grazie all'amica di Lancia¬
no.
Volontari
della sofferenza
Carissimi,
quando ho ricevuto e, con¬
seguentemente letto — tut¬
to d’un fiato — la vostra rivi¬
sta, m’è sorto spontaneo il
desiderio di scambiarci le
idee: se vi sta bene, fatemi
sapere, per favore, vi spe¬
diamo il nostro giornalino
« Samaritani... oggi » che
parla delle attività del Cen¬
tro Volontari della Sofferen¬
za della diocesi di Novara.
La nostra Associazione è
stata fondata da mons. Luigi
Lettere sbagliate
Può accadere per i tempi postali o per scambi di etichette che alcuni di
voi, pur avendo rinnovato l'abbonamento, ricevano una lettera di invito a
pagare l’abbonamento. Vi preghiamo di scusarci.
2
Novarese nel 1947. Non sto
qui a spiegarvi tutto per non
annoiarvi... comunque egli
ha intuito e vissuto il « valo¬
re salvifico della sofferen¬
za » e noi cerchiamo di por¬
tare avanti questo concetto
tra gli ammalati e i sani.
Altra caratteristica di que¬
sto Aspostolato è, che è
l’ammalato che deve farsi
apostolo e portatore lui, in
prima persona con l’aiuto
dei fratelli sani, la testimo¬
nianza di una vita sofferta e
vissuta nell’amore; offerta
perché, se offerto, il dolore
costa meno e vale di più: per
carità, il nostro non è un di¬
scorso masochista come
suggerisce equivocamente il
nostro nome o di accettazio¬
ne statica e sottomessa,
bensì una nuova dimensione
del soffrire, vedendo il dolo¬
re sotto un altro punto di vi¬
sta: con l’occhio della fede.
Tutto ciò nel caso di han¬
dicappati fisici perché, pur-
Ombre e Luci
è per aiutare
per capire
per conoscere
per non lasciare
soli
troppo nel caso di persone
ferite nella mente il discorso
cade: in questi casi, e sono
tanti, sempre di più, la no¬
stra assistenza e vicinanza è
assicurata e li seguiamo con
tanto amore credendo fer¬
mamente che Dio li raggiun¬
ge anche se non ci pare, e
attraverso di loro ci dà i più
grandi segni d’amore. Però,
se i genitori, familiari o chi li
cura accettano questa visio¬
ne delle cose, entra nel pia¬
no di salvezza redentiva.
Tanto per mettervi a cono¬
scenza di un’altra associa¬
zione che lavora nel campo
ecclesiastico: « nella vigna
del Signore » sono chiamati,
indistintamente, tutti... che
siano poi pochi quelli che ri¬
spondono, è un’altra cosa!
Nella certezza di essere
nel cuore di Cristo e che le
lacrime che bagnano il no¬
stro viso sono le stesse che
bagnarono il Suo, sostenia¬
moci a vicenda con la pre¬
ghiera affinché riusciamo ad
imprimere un po’ di umani¬
tà, di solidarietà, di amore a
questo sempre più povero
mondo. Affettuosi saluti.
Paola Pettinaroli
Via Frera 1S - 28010 Bolzano
Novarese NO
Abbiamo già risposto per¬
sonalmente a Paola. Abbia¬
mo messo il suo indirizzo nel
caso qualche lettore volesse
scambiare le proprie idee
con lei su quanto scrive.
« Quale tipo di integrazione
per gli adolescenti portatori di handicap »
È il tema della conferenza che Leonardo Fulgosi, direttore del Centro
Camphill “Fondation Perceval" di St. Prex, Svizzera, terrà il 5 maggio
1990, ore 17.30, presso la sede di Roma della Società Antroposofica
Italiana, in Via Aurelio Saliceti 7.
Si sottolinea l’interesse dell'argomento e la particolare esperienza
dell’oratore.
Sorelle
e fratelli
responsabili
purché liberi
Forse è
per mia sorella
che sono “così”
Ho tanto tardato a scrivervi perché...
ho dovuto trovare il coraggio per farlo.
Quando trovi persone che ti capiscono,
si stenta a crederci e comunque poi ti
accorgi che ti sveli troppo, rendendo
note la tua fragilità e la tua sensibilità.
Oggi è pericoloso scoprirsi, si può
facilmente essere calpestati.
Forse è colpa mia; pretendo che gli altri
si facciano avanti quando io stessa ho
paura di fare il primo passo, ma per me
è difficile; il pericolo di non essere
accettata mi spaventa troppo!
Forse è per mia sorella che « sono
così »: voglio dire, ho paura che non
possano accettarla e me con lei. Io non
mi faccio grandi problemi a suo
riguardo, anzi è per me indispensabile,
ma mi rendo conto che verso gli altri
sono ipercritica e sempre sulle
difensive. Forse è mia presunzione
credere che ho superato certe cose e
che ora sono forte, ma poi ho capito che
non è così... mi accorgo che ho calato
molti veli...
In casa siamo sole: mia madre, mia
sorella ed io. A volte la tensione che si
crea, è più forte di noi e genera
sentimenti di disperazione taciti, che ci
nascondiamo .... a vicenda. Quando
quei momenti passano, ridiamo
insieme di ogni sciocchezza
interamente e col cuore. È un'altalena
di sentimenti che ho paura possano
rivelarsi distruttivi. Forse tutto ciò
nasce dalla presunzione che gli altri
non abbiano di questi problemi e che
siano felici!
Com 'è arduo conquistarsi la felicità,
che dico, almeno un po' di serenità:
quella sete di calma di spirito che urge
in me e si placa solo quando dipingo o
leggo o penso a Londra (la mia
passione sono le lingue, specialmente
l'inglese), immagino il mio futuro che
spero migliore del passato e anche del
presente.
Che la soluzione sia il non pensarci?
Il mio principale difetto è riflettere
troppo; forse è colpa della
responsabilità che ho avuto fin da
piccola di essere figha quasi unica.
Questo perché i miei contano su di me,
e sul mio successo: li ripagherebbe per
il dolore patito a causa di mia sorella. Io
credo che sia anche egoismo da parte
loro perché specie mia madre è
iperprotettiva e si preoccupa sempre
per quello che faccio! (Convincerla a
lasciarmi andare in Inghilterra... è
semplicemente estenuante).
Ho sempre pensato, specie negli ultimi
anni, a quello che vivo: ogni mia azione
è frutto di attento esame sui prò e sui
contro. Credo di non essermi mai
veramente divertita: non ho mai fatto
« pazzie » seppure innocenti; credo di
essere stata sempre un po' adulta
senza virtù e con tanti difetti. Questa
affezione totale di mia madre mi
costringe a rinunciare a cose che pur
senza conseguenze, non sono quali
vorrebbe, privando me di esperienze
importanti e rendendomi incerta. Lei
vuole che io abbia tutto ma a modo suo.
Per i miei studi e per il mio futuro
invece, ho bisogno di andare all'estero
ma lei non ci sente da quell'orecchio.
Se le rinfaccio il fatto che vuole tenermi
legata a sé, lei dice che non è vero e
che sono io che voglio lasciarla sola...
sono infinite discussioni. Lei non si
rende conto che per me la famiglia è
tutto per quella sfiducia che ho negli
altri (e provata!) e che non potrei mai
rinnegare i suoi insegnamenti e il suo
affetto... ma è difficile farglielo capire.
T.M. 69
Mia madre, mia sorella e io. Talvolta
la tensione che si crea è più forte di
noi e genera una disperazione tacita
Ma non
carichiamoli
di un peso
eccessivo
di Mariangela Bertolini
« Non so perché, è stupido, e mi fa
rabbia, ma ancora me ne vergogno! ».
Così scriveva, anni fa, una sorellina di
un ragazzo Down per dire che non
riusciva ad invitare a casa a studiare i
compagni di scuola.
È giusto parlare di « vergogna » o non
sarebbe meglio parlare di disagio, di
timore che « gli altri » non sappiano
capire quel legame così stretto e
naturale che si è costruito fin da
piccoli; o di paura della « presa in
giro » che offenderebbe fin nel
profondo lui e lei?
La lettera e la testimonianza riportata
esprimono solo in parte la situazione in
cui si vengono a trovare fratelli e
sorelle di persone portatrici di
handicap. Situazione che si aggrava
quando in casa si è solo in due, uno
« sano » e l’altro handicappato, perché
allora il confronto è spontaneo e
continuativo; le aspettative dei
genitori verso il primo sono maggiori,
tacite, ma evidenti e comprensibili.
Il poterne parlare a cuore aperto è così
difficile : « come vuoi che parli della mia
pena e dei miei problemi ai miei
genitori? Loro hanno già sofferto
abbastanza; io non mi sento di caricarli
anche con le mie storie. E poi, non so se
potrebbero capire... ».
Così avwiene spesso che la sofferenza,
5
E normale allora sentirsi soffocati ;
incapaci di godere la vita
spensierata a cui si ha diritto anche
se si vuole gran bene a quel fratello
o a quella sorellina
il disagio, l’insicurezza dei fratelli e
sorelle viene sottintesa; non se ne
parla né in casa né fuori. So di ragazzi
che hanno nascosto per anni la
presenza di un fratello o di una sorella
con handicap ai compagni, agli amici,
agli insegnanti.
So di fratelli e sorelle che, giunti all’età
adulta, si sono trovati ad affrontare la
vita, il lavoro, gli affetti, l'amore con
molte difficoltà psicologiche dovute in
gran parte al non aver potuto vivere in
pienezza la fanciullezza, l’adolescenza:
l’atmosfera carica di pesantezza in
famiglia, i confronti, le responsabilità
portate troppo presto o subite in
silenzio; la dedizione dei genitori
riversata troppo sul fratello più fragile;
le preoccupazioni vissute in modo
drammatico perché non spiegate;
l’affanno per il futuro scaricato su di
loro con accenni sbagliati, anche se
buttati lì senza troppo riflettere:» Ci
penserai tu, vero, quando io non ci sarò
più? ».
E normale allora sentirsi schiacciati,
soffocati, incapaci di godere
pienamente la vita spensierata cui si
ha diritto anche se si è fratelli o sorelle,
anche se si vuol un gran bene a quel
fratello o a quella sorellina.
Ma non è giusto e va detto. Va trovato
il modo per parlarne prima che sia
tardi. Non è cosa facile e fa parte della
vita di famiglia condividere un fardello
del quale nessuno ha colpa. Ma... ci
sono dei ma che richiedono attenzione,
cura, sincerità.
Non ho la pretesa di offrire in poche
righe il rimedio ad un problema che
varia per ogni famiglia e che andrebbe
seguito caso per caso.
Non ho intenzione di addossare altra
colpevolezza sulle spalle dei genitori
6
già così carichi di preoccupazioni e di
angosce.
Vorrei soltanto cercare di mettere in
evidenza gli sbagli da evitare: potranno
servire per rifletterci, discuterne in
casa o con gli amici; per aprire un
dialogo con loro, i diretti interessati.
Le vostre reazioni, aggiunte, richieste,
interventi, commenti su questo tema
così delicato e importante, saranno
sempre ben accette ed eventualmente
pubblicate.
Ecco allora qualche punto fra i tanti che
si potrebbero elencare:
— Saper parlare dell’handicap del
fratello o della sorella, saper dire la
verità il prima possibile; con poche
frasi, chiare, spiegare quanto più è
possibile i postumi lasciati da una
malattia, da un parto difficile, da un
virus; oppure, se l'handicap rimane
misterioso anche ai medici, dire
ugualmente che si tratta di un male di
cui non si conoscono le origini o le
cause e la terapia.
Queste spiegazioni serviranno ai
fratelli, ma anche ai genitori.
È così importante saper chiamare le
cose con il proprio nome perché allora
tutta la famiglia potrà guardare la
realtà bene in faccia e sdrammatizzare
quell’atmosfera carica di incertezza
che pesa, a volte, così fortemente sulle
spalle dei più giovani.
Sarà bene dire agli altri figli — dopo
aver chiesto lumi a medici competenti
— che non ci sarà pericolo per eventuali
loro bambini.
Il più delle volte, infatti, non si tratta di
malattie ereditarie.
Questo servirà per accennare con loro
l’argomento « fidanzamento-
matrimonio » rassicurandoli che
troveranno certamente qualcuno che li
amerà anche se fratelli o sorelle di
persona handicappati; che il farsi
amare da qualcuno dipende dal grado
di amabilità che si suscita nell’altro
molto più che dall'avere o meno un
fratello « diverso ».
— Tutti i genitori desiderano che i figli
vadano bene a scuola. È un desiderio
normale ma non è normale pretendere
che i figli vadano per forza bene a
scuola soprattutto perché fratelli di un
giovane o di un bambino che a scuola
imparerà ben poco...
Mi semba un « ricatto morale » dire alla
propria figlia: « Almeno tu dammi
questa soddisfazione! ». Ci sono tanti
ragazzi, soprattutto adolescenti, che
fanno fatica ad avere la sufficienza in
tutte le materia. A maggior ragione,
non c’è nulla di strano che questo
avvenga anche a chi... ha un elemento
in più per non andare proprio a gonfie
vele.
— È naturale chiedere qualche aiuto in
casa ai figli, anzi è educativo
pretendere che ognuno faccia la sua
parte. Mi pare però che con i figli —
fratelli o sorelle di p.h. — si oscilla fra
due tendenze: o non chiedere nulla,
anzi gratificarli con ogni genere di
permessi, di doni eccessivi, per aiutarli
a sopportare meglio la situazione, o
chiedere troppo, soprattutto in
« presenza » accanto al fratello h., per
paura di vederli sfuggire ad una
responsabilità che si vuole condividere
ad ogni costo. Ambedue le tendenze
vanno, a mio avviso, ridimensionate
anche se so bene che non è cosa facile ;
è molto difficile trovare il giusto
equilibrio, e ancor più difficile è
accorgersi se si sta pendendo dall’una
o dall’altra parte. Sarà bene parlarne
con persone amiche, quelle vere, alle
quali chiedere non solo di dire quello
che pensano in proposito, ma che si
facciano intermediare fra voi e i figli.
Questi ultimi, spesso, parlano di questi
argomenti più facilmente con degli
amici che con i propri genitori.
— « E quando noi non saremo più
sorelle
e fratelli
responsabili
ma liberi
La mia
preghiera
Signore, amante della vita,
aiuta i più deboli.
È molto dura la vita
a non andare a scuola;
non c'è niente che si possa fare.
Io odio la solitudine
e di stare senza amici.
Che è molto bello avere
veri amici della scuola lì
che voglio avere.
Come faccio
andare avanti...
Io ho bisogno di fare
nuove amicizie,
ma come si fa,
dimmelo tu.
Tu sei l'unico che stai in me;
aiutami nei momenti
meno attesi
dammi la tua fede per favore.
Per favore, come faccio
se non te,
come farei...
dammi tu un consiglio
dimmelo nel cuore
che ti sento.
È molto importante quello
che mi vuoi dire:
forse è il consiglio buono
come sei tu
buono, caro e simpatico
e affettuosamente bello;
aiutami almeno tu.
Tiziana di Primio
qui? » Questa domanda che assilla in
modo angoscioso tutti i genitori di un
figlio handicappato, finisce spesso per
ripercuotersi sulle spalle dei fratelli,
più spesso delle sorelle.
Ho conosciuto diverse sorelle che,
senza averlo liberamente scelto, hanno
accantonato fin dall’adolescenza l’idea
di sposarsi perché « costrette
dall’amore a rimanere accanto a lui ».
Sono molte più di quanto si immagini.
Se questo avveniva nel passato, mi
sembra importante usare tutta la forza
e la convinzione possibile perché
queste « imposizioni d’amore » non
avvengano più oggi. Se ci sarà questa
vocazione — ed è possibile che ci sia —
sarà da vagliare in profondità da parte
di una persona estranea alla famiglia,
competente e capace di discernere se
si tratti di una libera scelta.
Ma perché non darsi da fare fin che si
è giovani genitori per provvedere alla
sistemazione del figlio con handicap in
tempo per non far cadere più tardi
quest’onere sugli altri figli?
Perché non unirsi ad altri genitori per
sollecitare che questi servizi vengano
approntati con urgenza da parte delle
autorità competenti o, per anticipare i
tempi, delle associazioni di genitori,
per non addossare ulteriore peso sui
fratelli e le sorelle già tanto provati?
Immagino le reazioni violente di alcuni
di voi a queste mie domande, che
possono sembrare retoriche. So molto
bene che la situazione attuale, così
carente in questo campo, non lascia
intravedere un filo di speranza. Ma
sono convinto che non è lasciando
correre il tempo che il problema de
futuro del vostro figlio si risolve; e
nemmeno nutrendo la speranza che ci
penseranno i suoi fratelli o sorelle a
meno che non lo abbiano liberamente e
apertamente scelto.
A loro spetterà comunque il compito di
vegliare a che fratello o sorella
handicappati siano tenuti bene,
rispettati, seguiti, in un clima sereno e
dignitoso; di andare a trovarli
regolarmente e portarli con sé ogni
tanto per una vacanza o per una festa
in famiglia. Ma non più di questo,
perché sarà già un impegno importante
da assolvere e che faranno con
maggiore disponibilità proprio perché
liberi di volergli bene nella misura
giusta.
8
sorelle
e fratelli
responsabili
ma liberi
Sentivo
crescere
la mia
responsabilità
di Paola Mazzocchi
Avevo sei anni quando è nata Anna
Maria. La gioia di avere una sorella con
cui giocare e crescere in allegria fu pre¬
sto funestata dalla coscienza che la sua
malattia non sarebbe stata qualcosa di
transitorio, ma lavrebbe accompagnata
per tutta la vita.
Le sue difficoltà di crescita e di comu¬
nicazione ben presto cominciarono a
condizionare la nostra vita familiare.
AlLinizio io percepivo solo che questa
sorellina tanto carina, ma più debole
delle altre bambine, aveva maggior bi¬
sogno di assistenza e di impegno. Cre¬
scendo, pian piano, mi resi conto che
molto si sarebbe potuto fare per miglio¬
rare una sua certa autonomia ma i tem¬
pi non erano maturi per aiutare i bambi¬
ni come lei nel recupero delle così dette
capacità residue.
Ho davanti a me Vimmagine di mia
madre che peregrina da un dottore al¬
l’altro nella speranza di riuscire ad otte¬
nere dei risultati.
Presto fu chiaro che questa creatura,
che pure a me sembrava avere molte
potenzialità, non avrebbe potuto conta¬
re su strutture riabilitative adeguate.
Mentre mia madre si rassegnava pro¬
gressivamente ad avere un’invalida ir¬
recuperabile, dentro di me sentivo cre¬
scere la responsabilità nei suoi confron¬
ti.
Dapprima era solo l’attenzione ad evi¬
tarle situazioni pericolose; poi, matu¬
rando in parte le sue facoltà psicologi¬
che ed instaurandosi fra noi un discorso
seppure elementare, il problema del
suo futuro diventava sempre di più le¬
gato a quello del mio.
L’affetto che, sempre più responsabi¬
le, mi legava a lei, non poteva farmi
pensare di interrompere questo rappor¬
to che, anche se elementare per via del
suo handicap, si arricchiva sempre di
più, sostanziandosi in uno scambio di
valori che erano sempre più importanti.
Mi accorgevo che dandole la mia at¬
tenzione, riflettendo sui modi di riuscire
Paola (a destra) e Anna Maria (a sinistra), molti
anni orsono. Nella pagina seguente, Paola (con
gli occhiali da sole) e Anna Maria (a destra)
vent’anni dopo, insieme alla loro mamma e ai figli
di Paola
...e acquistavo una visione della vita
più ampia e più profonda dei miei
coetanei che non avevano questo
problema
a comunicare sempre meglio con lei, an¬
che la mia personalità cresceva e si ar¬
ricchiva, mentre acquistavo una visione
della vita più ampia e più profonda dei
miei coetanei che non avevano questo
problema.
Prendevo coscienza che la realtà di
persone umane non autosufficienti sul
piano fisico e psicologico aveva quasi
un che di provvidenziale; quasi che la
loro esistenza ci costringesse ad uscire
dal nostro individualismo recuperando
a noi stessi valori umani di sohdarietà e
di innocenza che altrimenti potevano
perdersi nella ricerca esasperata di un
egoismo sterile.
Negli anni questa convinzione si è an¬
data sempre più rafforzando con l’espe¬
rienza. Oggi, dopo la morte dei miei ge¬
nitori, il mio senso di responsabilità ver¬
so Anna Maria si è andato sempre più
arricchendo; ormai la mia vita è talmen¬
te intrecciata con la sua, ed è talmente
grande la sua fiducia ed il suo conside¬
rarmi come suo ultimo punto di riferi¬
mento, che la mia responsabilità si è
trasformata in una sorta di maternità
disincarnata ed allargata anche a tutti
coloro che come lei soffrono e vivono
una vita diversa.
Questo allargamento del mio senso di
responsabilità mi ha portato, negli anni,
ad impegnarmi attivamente nelle asso¬
ciazioni che raggruppano genitori e pa¬
renti di portatori di handicap.
Purtroppo devo dire che oggi che mia
sorella è adulta ed è rimasta orfana, la
situazione delle strutture di sostegno
alla famigha e di riabilitazione non è
cambiata di molto specialmente nella
città di Roma.
Qui appunto mancano del tutto quel¬
le strutture residenziali, come comunità
alloggio o case-famiglia in ogni circo-
scrizione, che consentirebbero agli orfa¬
ni handicappati di rimanere nel loro ter¬
ritorio, di conservare i legami affettivi
con i fratelli e l’ambiente, senza pesare
in modo insostenibile su di loro.
Proprio per consentirle la vita nel suo
quartiere, alla morte dei miei genitori,
ormai da sette anni, ho assunto il ri¬
schio — che considero ancora provviso¬
rio — di lasciarla nella sua casa, orga¬
nizzandole un’assistenza che, anche se
parzialmente pubblica (in quanto Anna
Maria frequenta un centro diurno) è per
lo più privata, con costi altissimi in de¬
naro, ma ancor di più con un impegno
gravosissimo da parte mia che pure ho
famiglia da accudire, e da parte di mia
sorella suora che ha anch’essa i suoi do¬
veri come appartenente ad una comuni¬
tà.
sorelle
e fratelli
responsabili
ma liberi
io
RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI
La vostra opinione
Ogni numero di « Ombre e Luci » ci permette, nelle pagi¬
ne dedicate alle lettere, in « Dialogo Aperto », uno scambio di
idee sulle nostre riflessioni, sulle nostre speranze e sulle no¬
stre attività. Qui i lettori imparano a conoscersi reciprocamen¬
te e, in questo senso, a sentirsi più uniti.
È per questa ragione che vogliamo mettere tutti al cor¬
rente, per quanto lo spazio ci concede, su alcuni dei risultati
dell’inchiesta che facemmo tempo fa fra i lettori della nostra
rivista. Avevamo bisogno di sapere quale fosse la loro opinio¬
ne su di essa, come migliorarla, cosa approfondire e come
continuare il nostro lavoro tenendo presenti le risposte rice¬
vute.
Ricevemmo molte lettere, precise, affettuose, incorag¬
gianti. Sentimmo che « Ombre e Luci » rappresentava per
tanti un punto di sohdarietà, una spinta alla propria crescita
personale e rehgiosa e una fonte utile di informazioni e di sug¬
gerimenti. .Sentimmo che era uno stimolo a « darsi da fare »
per aiutare più e meglio « le persone ferite », come scrisse
una assistente sociale. Ciò derivava in gran parte dalle testi¬
monianze e dalle esperienze presentate, dagli articoh di fon¬
do, dalla rubrica dedicata alle lettere. « Pensavo che i nostri
problemi fossero soltanto nostri », scrisse una mamma. E
un’altra: « pensavo di essere la sola a soffrire ».
Avevamo domandato ai lettori di dirci se « Ombre e
Luci » fosse stato loro utile e in quale occasione. Un papà ri¬
spose: « quando mi sono sentito un po’ giù pensando al futu¬
ro del mio bambino, a come impostare la sua educazione e in
qualche altra occasione. Leggendo « Ombre e Luci » ho con¬
statato che non c’ero solo io come genitore ad avere simili dif¬
ficoltà e ho capito che anch’io potevo mighorare il rapporto
con il mio bambino e con me stesso ». Un altro papà: « in oc-
11
FIN DAI PRIMI PASSI
RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI
casione di tristezza e depressione ma anche di gioia nel vede¬
re il bene che viene fatto a « questi più piccoli ». Un'insegnan¬
te: « ho insegnato per tre mesi a dei ragazzi handicappati di
una scuola media e la lettura di alcuni articoli mi ha aiutata a
comprenderli meglio e a "insegnare" in modo giusto senza
“costringerli", ma rispettando i loro tempi. Grazie ». Un'altra
insegnante: « Ombre e Luci » mi è sempre di grande aiuto. Il
racconto delle vicende vissute in prima linea dai genitori dei
ragazzi handicappati, l'esempio datomi dal loro comporta¬
mento di un cristianesimo in atto, la conoscenza di persone
che aiutano in ogni modo queste famiglie, mi incoraggiano ad
accettare le mie pene... ». Una suora: « Ho avuto, e con me
tutta la comunità, indicazioni utili per affrontare e indirizzare
persone con diversi handicap psicofisici e le loro famiglie che
si erano rivolte a noi per aiuto spirituale ».
L'aspetto informativo di « Ombre e Luci » era particolar¬
mente incoraggiato e messo in rilievo da genitori, volontari e
professionisti. Una signora ad esempio scrisse: « mi ha fatto
conoscere l'iniziativa dei centri famiglia, perciò ora con altri
genitori di handicappati si pensa di riuscire a formare un cen¬
tro simile per i nostri ragazzi che sarà molto utile — indispen¬
sabile — quando resteranno soh ». Uno studente: « mi ha aiu¬
tato nell'approfondimento delle tematiche per il mio lavoro
con handicappati e con assistenti di handicappati e per consi-
gh e informazioni su centri e modi di vita in comunità ». Una
casalinga: « Ho imparato tanti aspetti della vita che non cono¬
sco e forse non avrai mai conosciuto senza leggere e sapere
ciò che voi dite ». Un'altra signora ringraziò per « le informa¬
zioni su handicap e di carattere educativo da trasmettere a
conoscenti e amici e per le riflessioni per gruppi “Fede e
Luce" (articoli da far leggere singolarmente e in gruppo) ».
12
RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI
E dopo sei anni ci sembra giusto dirvi:
chi siamo
A Ombre e Luci coUaborano molte
persone: genitori di figli portatori di
handicap, amici di ogni età, qualche
professionista, educatore, sacerdoti,
catechisti...
La rivista ha, come è ovvio, al centro
del suo esistere, la persona con handi¬
cap, alla quale si dà la parola quando è
possibile, o a nome della quale altri
parlano.
Ci sono poi i membri della redazione
e della segreteria, ognuno con il suo
incarico preciso (che, a volte, non è poi
così preciso).
In ordine alfabetico sono:
BERTOLINI Mariangela: genitore di
persona handicappata; sposa e madre
di tre figli; ex insegnante di lettere;
fondatrice di Fede e Luce in Italia:
— è addetta alla ricerca e alla scelta
degli articoli
— tiene i contatti con le persone
che possono scrivere per Ombre e Luci
— risponde alle lettere e alle richie¬
ste che arrivano in redazione
— cura l’editoriale della rivista
— tiene in ordine la contabilità del
giornale.
CECCARONI Laura: amica, di pro¬
fessione dietologa, fa parte dei colla¬
boratori da pochi mesi:
— segue lo schedario
— batte a macchina lettere e indi¬
rizzi
— si occupa della diffusione.
COLANGIONE Marco: è un giovane,
diplomato in grafica; è portatore di
handicap motorio:
— è addetto alla battitura delle
schede
— scrive indirizzi per i solleciti.
DI GIRARDI Cristina: è una giovane,
con diploma magistrale e di stenodat¬
tilografia:
— cura gli abbonamenti e si occupa
delle targhette della spedizione
— da qualche mese è impegnata ad
« imboccare » i nominativi nel compu¬
ter.
LIVI Natalia: è un’amica, diploma di
assistente sociale, mamma di quattro
figli:
— fa parte della redazione: cura so¬
prattutto la recensione dei libri da pre¬
sentare
— tiene in ordine e legge le riviste
sull’handicap che riceviamo (circa
trenta)
— corregge le bozze
— con Cristina è impegnata al com¬
puter.
SCHULTHES Nicole: è un’amica, di¬
plomata in ergoterapia; fondatrice di
Fede e Luce in Italia; madre di due fi¬
gli:
— fa parte della redazione: visita
scuole, centri, iniziative sull’handicap
e, quando è il caso, le presenta sulla ri¬
vista
— risponde alle richieste (per tele¬
fono o per lettera) di carattere pedago¬
gico o di informazione (scuole, centri,
laboratori...)
— segue la spedizione del giornale
(ma non ha la colpa del ritardo con cui
arriva nelle vostre case!)
13
— segue da vicino la composizione
di ogni numero (ricerca le fotografie,
sceglie con Sergio i titoli, il colore...)
SCIASCIA Sergio: è un amico, spo¬
sato con due figli:
— collabora alla revisione degli arti¬
coli
— cura rimpaginato e tutta la mes¬
sa in opera della rivista nelle varie tap¬
pe della stampa. È lui, in poche parole,
che prende testi e foto e ne fa una rivi¬
sta
— visita e presenta con Nicole i
centri e le iniziative sull’handicap.
STEFANI Mirella: è una giovane
amica, portatrice di handicap lieve:
— cura l’ordine e la pulizia della re¬
dazione
— prepara thè, caffè per la pausa
— scrive a mano indirizzi, imbusta,
affranca, timbra
— ritira la posta, risponde al telefo¬
no
— è addetta alle pubbliche relazioni
con gli ospiti
— la sua presenza è di grande aiuto
psicologico per tutti.
DOVE LAVORIAMO
La redazione di Ombre e Luci si tro¬
va in un piccolo appartamento di Via
Bessarione 30 a Roma. Era l’apparta¬
mento del portiere anni addietro. Ci è
stato dato gratuitamente dai condomi¬
ni dello stabile (parenti stretti di Fran¬
cesco Gammarelli, papà di una bambi¬
na gravemente handicappata).
La redazione è aperta tre volte alla
settimana: MERCOLEDÌ - VENERDÌ -
SABATO dalle 9.30 alle 12.30 - Tel. 06-
636106.
Nell’appartamento ci sono due stan¬
ze: in una c’è l’ufficio di redazione con
gli schedari, i libri, le riviste, i classifi¬
catori, la segreteria, la contabilità.
Nell’altra c’è il computer, le macchi¬
ne da scrivere, l'archivio, la fotocopia¬
trice.
COME LAVORIAMO
Poi ci siamo noi, che lavoriamo, par¬
liamo, discutiamo, prendiamo il caffè,
rispondiamo al telefono, schediamo
nomi, scriviamo lettere, indirizzi, cer¬
chiamo informazioni, e poi riparliamo,
lavoriamo, corriamo...
Fotografie di Stefano Leonardo
14
C’è un clima diverso dagli altri uffici:
un po’ perché fa freddo (siamo sempre
alle prese con l’umido); un po’ perché
lavoriamo come degli amici e non
come degli impiegati. Metà del nostro
lavoro è racconto dei casi urgenti, dif¬
ficili, per i quali cerchiamo insieme ri¬
sposte che spesso non troviamo; è di¬
scussione su come trovare soluzioni
che non ci sono; è « compassione » nel
senso giusto, di soffrire con persone
che ci chiedono aiuto.
Questa immersione nei casi difficili e
sofferti ci fa dimenticare i nostri piccoli
guai per cui è raro che si parli di noi e
delle nostre preoccupazioni perché
sono così piccole di fronte a quelle che
bussano a Ombre e Luci.
Per questo forse l’atmosfera è sem¬
pre piuttosto serena fra noi, alimenta¬
ta anche dalla presenza di Marco e Mi¬
rella che ci richiamano costantemente,
senza dircelo, al perché del nostro im¬
pegno.
L’altra metà del nostro lavoro consi¬
ste nel far funzionare l’ufficio: abbia¬
mo la coscienza di fare un lavoro serio
e importante, ma, proprio per quella
dimensione accennata prima, il lavoro
d’ufficio ci sembra marginale: gli indi¬
rizzi un po’ storti, perché scritti da
Marco e Mirella; le schede un po’ sca¬
rabocchiate; il computer che non fun¬
ziona; la fotocopiatrice che fa cilecca;
la classificazione delle informazioni un
po’ disordinata; la massa delle riviste
da leggere che si accumulano; i pez¬
zetti di carta gialla seminati sui tavoli
(tavolini in stile raccogliticcio) con vari
richiami di cose da fare che aspetta¬
no... i reclami dei numeri che non arri¬
vano... ci sembrano cose così poco im¬
portanti di fronte alla mamma che
chiama dalla Sicilia per dirci che ha or¬
mai 78 anni e che con il suo figlio di 40
anni non ce la fa più... « Potete trovar¬
mi un posto per lui, ho deciso di ricove¬
rarlo... ».
Ci diciamo fra noi con un’occhiata
che siamo lì sprattutto per lei e per
tutte le altre persone che come lei pos¬
sono ricevere da Ombre e Luci un po’
d’aiuto, non fosse che quello di poter
parlare a cuore aperto con una perso¬
na che può capire e, se non altro,
ascoltare.
A pag. 14, foto in basso. Da sinistra: Mariangela,
Mirella, Marco, Natalia, Nicole, Laura.
15
RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI
Case,
iniziative,
centri di
accoglienza
Presentati dal 1983 al 1989
1983
n. 1 — Il chicco una casa per Fabio
e Maria
— una casa famiglia per bambini
handicappati senza famiglia
— Via Ancona, 1 - 00043 Ciampino
n. 2 — Per esempio a Vicenza
— un centro di formazione
professionale dell’Opera francescana
« Caritas » di Vicenza per
handicappati mentali non troppo
gravi e senza handicap motorio grave
— Opera Francescana « Caritas » -
Via Raffaele Pasi, 25 - 36100 Vicenza
1984
n. 1 — Cottolengo e Don Guanella -
Pregiudizi e realtà
— due istituti tenuti da suore che
accolgono persone handicappate
mentali adulte di sesso femminile. Gli
edifici sono stati ristrutturati e divisi
in piccoli appartamenti
— Cottolengo - Via Casal del Marmo,
401 - 00135 Roma
— Don Guanella femminile - Casa
della Provvidenza - Via della Nocetta,
23 - 00164 Roma
n. 2 — Oltre la scienza, umanità e
buon senso
— Il Salviatino - Via Lungo l’Africo,
240 - 50137 Firenze
n. 3 — Casa Jada
— una casa famiglia dell’OAMI
(Opera Assistenza Malati' Impediti)
prevalentemente per adulti
handicappati fisici
— Via Pomeria, 105 - 50017 Prato
n. 4 — Prima che sia tardi
— ambulatorio di riabilitazione con
esami precoci su neonati e bambini
con paralisi cerebrale
— Ambulatorio - Viale Berchet, 1 -
00152 Roma
1985
n. 1 — Ho scelto mio fratello
— una sorella suscita la creazione di
un laboratorio e di una casa-famiglia
per il suo fratello in collaborazione con
l’ANFFAS
— attualmente chiuso
n. 1 — Crescere insieme
— una iniziativa di tempo libero
16
presso una parrocchia
— Parrocchia di Cristo Re - Viale
Mazzini, 32 - 00195 Roma
n. 2 — Comunità e cooperativa « Il
Girasole
— comunità alloggio e cooperativa di
lavoro per persone handicappate.
Parrocchia, Comune e amici lavorano
insieme
— 35030 Tencarola e Salvezzano -
Padova
n. 3 — La casa di Gino
— una colonia agricola dove vivono e
lavorano insieme una cinquantina di
adulti handicappati mentali. È tenuta
da guanelliani
— 22100 Lora - Rione di Como
n. 3 — Cascina Nibai cooperativa
fraternità: all’origine un papà
— una comunità agricola di coppie
con i loro figli e con persone con
handicap
— 20063 Cernusco su Naviglio (MI)
n. 3 — Villa Olmo: abitando
insieme, 7 ragazze e una suora
— esperienza di tipo famiglia di una
suora del « Don Guanella ». Con lei
giovani adulte in una villetta in vista
di un reinserimento
— Via Appia Antica, 203 - 00178
Roma
n. 3 — Villa Pizzone - Il cancello
aperto
— comunità di famiglie (circa 60
persone). 6 nuclei familiari, un gruppo
di padri gesuiti, due anziani. Ognuno
ha il suo appartamento e usufruisce di
locali comuni. Accoglienza per
persone con handicap o in difficoltà
— Villa Pizzone - Piazza Villa Pizzone,
3 - 20156 Milano
n. 4 — Qui integrazione non è una
parola
— Istituto « Medaglia miracolosa »
Viciomaggio
— Scuola materna e scuola
elementare parificata di 203 bambini
con gravi problemi. Ogni classe non
ha più di 10 allievi. Tempo pieno.
Centro di addestramento
professionale per ragazzi con
problemi. Riabilitazione. Accoglienza
anche notturna per bambini con
problemi e lontani dalla famiglia
— 52040 Viciomaggio (Arezzo)
1986
n. 1 — Vede sente e parla
attraverso le mani
— istituto medico-psico-pedagogico
per circa 25 bambini plurihandicappati
(sordi, cieechi e con problemi di
comportamento). L’Istituto è stato
creato dalla Lega del Filo d’Oro
— La Nostra Casa - 60027 Osimo (AN)
n. 3 — Casa Sacra Famiglia
— "istituto medico-psicopedagogico
per giovani handicappate psichiche di
età superiore a 14 anni. È gestito da
suore del Don Guanella. Casa di
riposo per donne anziane
handicappate psichiche e normali non
autosufficienti
— Casa Sacra Famiglia - 45025 Fratta
Polesine (RO)
n. 4 — Vederli migliorare
— cooperativa di intervento e centro
di consulenza, terapia e riabilitazione
per bambini con lesioni cerebrali,
danni genetici, ritardi mentali.
Metodo Delacato.
— Via Felisatti, 62F - 30175 Mestre
1987
n. 1 — Questa casa famiglia è una
risposta: quando i genitori si
rimboccano le maniche
— casa famiglia attorno a una coppia
con due fighe handicappate mentali.
Accoglie 10 adulti handicappati,
educatori e obiettori di coscienza.
Laboratori all’interno della casa.
Collaborazione con l’associazione
« La Nostra Famiglia »
— Via Repubblica - 24060 Endine
Gaiano (BG)
n. 1 — Crescere con il lavoro
— centro di lavoro guidato
dall’Associazione « Nostra Famiglia »,
esemplare per il livello scientifico e la
17
qualità umana. Per giovani adulti
handicappati mentali.
— 33078 San Vito a Tagliamento
(Pordenone)
n. 2 — Fame di normalità
— una storia di accoglienza per 110
ragazzi difficili che hanno prima di
tutto bisogno di una famiglia normale.
Gruppo di famiglie e un sacerdote
n. 4 — Il chicco - Casa famiglia
dell'Arches
— accoglie quattro bambini con gravi
handicap motori e psichici - senza
famiglia. La nuova casa l’« Ulivo »
aperta nel 1989 accoglie sei ragazzi
(maschi e femmine) con handicap
mentali
— Via Ancona, 1 - 00043 Ciampino
1988
n. 1 — Comunità terapeutica di
Primavalle
— 15 pazienti (malati mentali), 12
operatori che lavorano in tre turni
— Via Sant’Igino Papa, 281 - 00168
Roma
n. 1 — Villa S. Giovanni di Dio
— istituto psichiatrico. 346 ospiti, 5
religiosi, 180 operatori. Malati mentali
e handicappati mentali adulti e molti
anziani, di sesso maschile
— Via Fatebenefratelli, 2 - 00045
Genzano (Roma)
n. 2 — Lavorando insieme
« pomeriggio chiamato laboratorio »
— iniziativa di un pomeriggio di
tempo libero a forma di laboratorio
per un gruppo di 12 persone,
handicappati e amici
— Iniziativa Fede e Luce presso la
Parrocchia SS Protomartiri - Via
Innocenzo XI - 00165 Roma
n. 2 — A scuola per stare insieme
— un sabato mattina di lavori
manuali fra persone con handicap e
amiche
— iniziativa FEDE e LUCE presso Lia
Antonioli - via Chopin, 13 - 20141
Milano
n. 3 — A braccia aperte
— un gruppo di giovani fa uscire
dall’ospedale o istituto (oppure va a
cercare in famiglia) dei bambini
handicappati per passare il week-end
insieme
— in Francia
n. 4 — Casa del Sole - Casa della
Serenità
— scuola speciale, servizio scastico e
riabilitativo per bambini cerebrolesi
da 3 a 13 anni. Corso professionale da
13 a 16 anni. Numerose attività. Alto
livello pedagogico. Piccola sezione per
gravissimi
— 46010 San Silvestro di Curtatone
(Mantova)
1989
n. 2 — Perceval
— un luogo per vivere e per imparare
a vivere
— comunità di famiglie con i loro
bambini e qualche bambino con
handicap in ognuna. Scuola e attività
di pedagogia Steiner. Numerose
attività agricole artigianali e culturali
— in Svizzera
n. 3 — Cooperativa Spazio Aperto
— cooperativa di lavoro con settore
agricolo, laboratorio e supporto per i
disabili nella scuola. Cooperativa
creata conia collaborazione
dell’ANFAS
— sede operativa: Viale delle
Rimembranze di Lambrate, 7 - 20134
Lambrate Milano
n. 4 — Le Case della Carità
— una straordinaria risposta alle
difficoltà delle persone disabili e
rifiutate e anche alla crisi della
parrocchia. 32 case al centro delle
comunità parrocchiali
— Congregazione delle Case della
Carità - via S. Girolamo 24 - 42100
Reggio Emilia
18
Alessandro, Guendalina e
Magali hanno sette anni e,
come tutti i bambini di que¬
sta età, suscitano tenerezza.
Magali, però, non sa fare
le scale da sola; Alessandro
non sopporta che una perso¬
na che non conosce entri
nella sua sfera personale;
Guendalina, quando riempie
un bicchier d’acqua da una
caraffa, « dimentica » di rad¬
drizzare quest'ultima e così
tutto il contenuto va sulla
tovaglia...
Tutti e tre hanno grandi
problemi di comunicazione
con il mondo esterno; insie¬
me a qualche migliaio di
francesi, sono affetti dalT-
handicap dettò « autismo ».
Questo handicap — che
colpisce 15 persone su
10.000 e un maschio su tre
femmine — è stato per lun¬
go tempo considerato come
un blocco psicologico fonda¬
to sul rapporto madre-figlio.
Da qualche anno, si fanno
strada nuove teorie in pro¬
posito: l'autismo, come il
mongohsmo, avrebbe un’ori¬
gine non psicologica, ma
neurologica. Un ’alterazione
dei cromosomi sarebbe forse
alla base di questo mondo
interiore che ognuno di que¬
sti bambini si costruisce per
sfuggire la realtà. L’autismo
non si guarisce.
Apertura delle scuole, set¬
tembre '89: Magali, Guen¬
dalina, Alessandro, vanno a
scuola, tre giorni alla setti¬
mana nel Collegio dei Piccoli
Cantori dalla croce di legno
a Glaignes. Questo è un col¬
legio un po' diverso dagh al¬
tri: 108 bambini, dalla voce
celebre nel mondo intero,
Bambini
autistici
a scuola
Di Pascal Neau
Su Courier Picard - gen. '90
seguono le elementari e le
medie.
Una maestra specializzata
e un ’educatrice sono le inse¬
gnanti a tempo pieno dei tre
bambini. Ci spiegano: « I
bambini autistici non posso¬
no seguire la scolarità nor¬
male. Per ora diamo loro dei
corsi che corrispondono al¬
l’asilo. L’obiettivo che ci pro¬
poniamo è insegnar loro ad
adattarsi, a socializzare con
gli altri bambini della scuo¬
la ».
Per loro c’è una piccola
aula dove le due giovani in¬
segnanti raccontano storie,
fanno fare disegni e colla¬
ges, organizzano giochi
d’osservazione: « Ogni bam¬
bino ha un grado di autono¬
mia diverso. Le loro acquisi¬
zioni sono molto eteroge¬
nee; per esempio, uno di
loro manipola con molta de¬
strezza i giochi elettronici,
ma non va da solo in ba¬
gno ».
Ogni bambino ha un tavo¬
lo personale; qui l’insegnan¬
te gli affida un lavoro in fun¬
zione delle sue capacità e
dei suoi centri di interesse.
Iprogressi più notevoli av¬
vengono fuori della classe;
durante la giornata, Ales¬
sandro, Guendalina, Magali,
stanno con gli altri bambini.
« Giocano con loro in cortile
durante la ricreazione, man¬
giano insieme alla presenza
degli altri », spiega la mae¬
stra. « I bambini autistici si
costruiscono dei punti di ri¬
ferimento tutti loro, con riti a
volte incomprensibili. Per
loro, il semplice fatto di sta¬
re vicino ai bambini e al per¬
sonale della scuola, implica
una buona dose di frustra¬
zioni. Queste sono molto im¬
portanti perché attraverso
di esse, imparano che non si
può far tutto e che non tutto
è loro dovuto. Poco per vol¬
ta, capiscono che non posso¬
no fare quello che vogliono
con le cose degli altri; sco¬
prono che ci sono dei limiti,
delle regole da rispettare.
Una volta passata la prima
frustrazione, tutto poi va
meglio ».
E così Magali ha imparato
a mangiare da sola, Guenda-
Una non versa più tutta l’ac¬
qua della caraffa sulla tavo¬
la, Alessandro accetta poco
per volta la presenza di un
estraneo accanto a sé.
Questa esperienza di so-
ciahzzazione è una delle pri¬
me in Francia.
Quando i bambini avranno
raggiunto l’età adulta,
avranno più facilità di evol¬
versi in un ambiente sociale
normale: a Vogliamo dar
loro il massimo delle possibi-
htà per vivere il meglio pos¬
sibile nella società! » spiega
ancora una delle due educa¬
trici.
19
Jean Vanier -
Un profeta del
nostro tempo
di Gilles Lavarrière
Ed. Messaggero Padova
Questo libro rappresenta
una sfida. Meglio, questo li¬
bro rappresenta una conso¬
lazione. È una sfida perché
ci induce, con parole aperte
e forti, al riconoscimento di
tutte le nostre fragilità, di
tutte le nostre limitazioni,
di tutti i nostri egoismi, ed
è una consolazione perché,
proprio di questo riconosci¬
mento, fa la condizione di
un cammino di crescita, di
fratellanza, di amore. Que¬
sto cammino Jean Vanier
l’ha percorso insieme agli
handicappati, insieme alle
« persone ferite », come lui
li chiama: egli ne ha impa¬
rato con loro e attraverso
loro, tutte le particolarità,
gli ostacoli, ed anche le dol¬
cezze; questo cammino ha
rappresentato per lui e per
tanti che hanno lavorato
con lui rincontro con Gesù,
il Dio nascosto nel cuore
della povertà e della soffe¬
renza umana. Il piccolo è ri¬
velazione di Dio. Jean Va¬
nier dice: « Nella sua po¬
vertà radicale, nella sua fe¬
rita evidente, si trova na¬
scosto il mistero della pre¬
senza di Dio » (La commu-
nauté lieu du pardon et de
la fète, pag. 47).
L’autore, un teologo lau¬
reato a Montreal e attual¬
mente insegnante nella
scuola Saint-Sacrament di
Torrebonne, ha vissuto per
vari mesi presso l’Arca di
Haiti e ha lavorato a lungo
vicino a Jean Vanier coin¬
volto nella sua causa a fa¬
vore degli handicappati e
immerso nello spirito che
l’anima.
In questo libro egli riper¬
corre, tappa dopo tappa, la
vita e l’opera di Jean Va¬
nier approfondendone i
punti salienti e l’originalità
del pensiero con estrema
precisione ed estrema chia¬
rezza.
Quando ho letto questo
libro non conoscevo Jean
Vanier che di fama e pensa¬
vo, come essenzialmente è
vero, che egli si rivolgesse,
con la parola e con l’azione
soltanto ai più derelitti e
alle persone che con lui ne
prendevano cura. Ora so
che questa è soltanto una
parte della verità, perché
egli si rivolge a tutti quan¬
do ripete che le persone
portatrici di handicap ci in¬
ducono al riconoscimento
delle debolezze e delle feri¬
te che ognuno di noi porta
dentro di sé. « Perché »
come egli osserva « siamo
tutti feriti, feriti dalla ma¬
lattia, dall’handicap o dalla
morte di una persona cara,
feriti dal passato e dalla
non-accettazione di noi
stessi, feriti dai soprusi nel
lavoro e soprattutto nella
vita relazionale; feriti dagli
odii e dalle paure, dai rifiuti
di perdono, dalle emargina¬
zioni, dai blocchi tra perso¬
ne e gruppi, feriti dalle no¬
stre infedeltà, dai nostri
peccati » (Homme et fem-
me il les fit, pag. 195).
Davanti a questa presa di
coscienza ognuno prova il
desiderio di una liberazio¬
ne, di una guida. Questo
avviene nelle comunità del¬
l’Arca e può avvenire an¬
che altrove: i più piccoli, i
più derelitti, i più feriti ci
possono insegnare a cam¬
minare nella semplicità e
nell’amore, nell’umiltà e
nella pazienza, e ci prendo¬
no per mano per condurci,
insieme a loro, verso il Li¬
beratore, il Dio nascosto.
L’opera di Jean Vanier
iniziò con queste premes¬
se. Egli accolse presso di sé
due handicappati mentali,
Raffaele e Filippo. Poco
dopo veniva nominato di¬
rettore di Val Fleuri, una
casa per uomini portatori di
handicap. « Sotto molti
aspetti » egli racconta
« ero ignorante. Avevo
molto da imparare tanto ri¬
guardo alle persone handi¬
cappate quanto riguardo
alla vita comunitaria ». (Vi-
vre une alliance dans les
foyers de l’Arche, pag. 5).
Accettò di mettersi alla
scuola dei poveri e più vol¬
te, in seguito, espresse tut¬
ta la sua riconoscenza per
questi piccoli che per lui
20
»
t
erano stati dei maestri.
E aggiungeva: « Com¬
passione, una parola piena
di significato: dividere la
stessa passione, la stessa
sofferenza, la stessa ago¬
nia, è accogliere nel mio
cuore la miseria del tuo
cuore, fratello mio ». (Ton
silence m’appelle, pag. 46).
Ben presto la comunità si
ampliò e si moltiplicò.
Nel 1971 iniziò un movi¬
mento che dalle esperienze
dell’ARCA aveva tratto im¬
pulso e ricchezza spiritua¬
le, il movimento di « Fede e
Luce ». Di esso fanno parte
le persone handicappate, le
loro famiglie e gli amici per
momenti di scambio, di ce¬
lebrazioni e di preghiera.
Nel 1972 fu fondata la Fe¬
derazione Internazionale
dell’Arca con fondazioni
anche in Africa, in India e
Haiti. Le comunità dell’Ar¬
ca oggi sono costituite da
uomini e da donne ferite
nel loro corpo e nella loro
psiche, da assistenti che
hanno scelto di vivere con
loro, da professionisti che
condividono gli scopi del¬
l’opera pur senza vivere in
comunità e dai membri del
rivista mensile oer una
cultura aeir hanaicap
68 oagine illustrate
Un panorama comoieto ai
Quanto viene edito m Italia
Redazione:
Centro di documentazione
suil’hanaicao AIAS
Via degii Orti 60
40139 Bologna
Tel. 051/6234945
Abbonamento annuale
11 numeri £. 50.000
Estero £. 75.000
CCP n. 23609407 intestato a
AIAS Via Mirasoie 20
40124 Bologna
Richiedi una copia saggio
consiglio di amministrazio¬
ne che sostengono la causa
del movimento.
In più i genitori degli
handicappati, gli amici, i vi¬
cini e gli abitanti del villag¬
gio o del quartiere vi trova¬
no anch’essi un posto privi¬
legiato. Essi testimoniano
la possibilità di una vita co¬
munitaria basata sull’amo¬
re, nella gioia e nella pace,
e l’attuahtà della predica¬
zione delle beatitudini.
Jean Vanier chiede agli
assistenti dell’Arca « di
avere questa convinzione
profonda, che essi riceve¬
ranno molto più dai poveri
di quanto potranno portare
loro » (Vivre une alliance
dans les foyers de l’Arche,
pag. 56). « Vivere insieme a
chi è ferito significa entrare
in relazione reciproca e vi¬
vere l’interdipendenza con
lui », aggiunge l’autore.
Dicevo all’inizio che que¬
sto libro portava una sfida
e una consolazione. Mi vie¬
ne ora naturale aggiungere
che da esso possiamo trar¬
re speranza, fiducia e impe¬
gno ad agire.
Natalia Livi
Segnalateci Articoli, Libri, Film
Se vi capita di leggere o vedere articoli libri film che
meritano di esser conosciuti o diffusi, segnalateceli.
Renderete un servizio alle persone interessate ai pro¬
blemi dell'handicap.
21
Corso per corrispondenza
per genitori
di bambini Down
Questo opuscolo (32 pa¬
gine) è il primo di dieci. È
l’introduzione del corso e si
svolge ai genitori che han¬
no un figlio Down (da 0 a i
6/7 anni).
Ecco i titoli dei nove capi¬
toli, uno per ogni opuscolo.
1. Sviluppo motorio - Im¬
parare a comunicare.
2. Sviluppo dei movi¬
menti fini - Conoscere se
stessi e capire l’ambiente.
3. La vita di ogni giorno -
Sviluppo cognitivo.
4. Chi insegna in pratica
al vostro bambino - Tutti
possono essere di aiuto.
5. Il concetto che il bam¬
bino ha di se stesso - Un
ambiente adatto e dei limiti
precisi.
6. Lo sviluppo sociale -
Quando si comincia ad im¬
parare.
7. Verso l’indipendenza -
I sentimenti del vostro
bambino.
8. La sicurezza in casa e
fuori casa - La salute del
bambino.
9. Il vostro bambino
come membro della società
- Il vostro bambino e la
scuola.
Abbiamo letto questa in¬
troduzione con interesse e
simpatia. Il tono è caloroso
e semplice, la presentazio¬
ne chiara e piacevole, ma è
soprattutto il contenuto
che ci spiega a suggerirlo e
a raccomandarlo.
Questo corso è stato
ideato dall’autore perché
« i genitori costituiscono la
riserva educativa più im¬
portante che hanno i bam¬
bini (principio n. 1) »; per¬
ché « i bambini hanno la
più grande possibilità di
apprendimento durante gli
anni che precedono la
scuola elementare (princi¬
pio n. 5) » e perché « i geni¬
tori vogliono imparare a
sfruttare nel miglior modo
possibile il tempo che
spendono con il loro bambi¬
no » (principio n. 6)... »
La simpatia e compren¬
sione per i genitori da parte
dell’autore è molto eviden¬
te. Fra l’altro, riconosce
loro « il diritto di essere ar¬
rabbiati », il diritto di « por¬
re dei limiti », e quello di
« non essere sempre entu¬
siasti ». Tutti i suoi consigli
sono pieni di buon senso,
espressi con pacatezza.
Anche l’elenco dei bisogni
del bambino è completo,
senza parole complicate o
inutili.
Segue poi una spiegazio¬
ne semplice e scientifica in¬
sieme, su che cos’è la sin¬
drome Down e su alcuni
problemi medici relativi
alla stessa. Alla fine il geni¬
tore è invitato a scrivere
degli appunti, a compilare
e spedire un questionario.
La qualità di questa in¬
troduzione al corso vero e
proprio fa pensare bene dei
capitoli che seguiranno e
che, ci auguriamo, saranno
seguiti da qualche genito¬
re: infatti, più ancora che
per gli altri bambini, « per il
bambino Down il compor¬
tamento della sua famiglia
nei suoi riguardi, influenze¬
rà decisamente il suo com¬
portamento ».
* Per i genitori il Corso è
gratuito : possono dare un
contributo libero.
L’iscrizione al Corso può
essere fatta in qualsiasi pe¬
riodo dell’anno.
Scrivere al Servizio di
Consulenza • Pedagogica -
Via Druso 7 - 38100 Trento,
specificando il nome e l’età
del bambino o della bambi¬
na.
Tel. (0461) 23.95.95
Il Direttore del Corso
dr. Salvatore Lagati
Gli altri corsi per corri¬
spondenza del Servizio di
Consulenza di Trento:
• Corso per corrispon¬
denza per genitori di bam¬
bini audiolesi
• Corso per corrispon¬
denza per genitori di bam¬
bini videolesi
• Corso per corrispon¬
denza per genitori di bam¬
bini sordociechi
22
Lucia Bertolini nuova responsabile
P. Giuseppe Serighelli nuovo assistente
Incontro comunità F.L. d’Italia
Dal 7 al 10 dicembre 1989
si è tenuto rincontro nazio¬
nale delle comunità Fede e
Luce d’Italia. Durante rin¬
contro è avvenuta 1’elezione
del nuovo responsabile na¬
zionale; la scelta è andata a
Lucia Bertolini, sposa e
mamma di cinque figli, da
tempo impegnata nel movi¬
mento. A lei e al nuovo assi¬
stente nazionale, P. Giusep¬
pe Serighelli, un augurio di
cuore.
All’incontro era stato invi¬
tato il vice coordinatore in¬
ternazionale, Marcin Prze-
ciszewski, polacco. Riportia¬
mo un estratto del suo reso¬
conto sulla visita in Italia,
dove parla dell’impressione
ricevuta da Fede e Luce:
« Ho avuto l’impressione
che FL in Italia rappresenta
uno dei migliori modelli nel
mondo: nelle comunità ci
sono moltissimi giovani; allo
stesso tempo molti genitori
hanno trovato nelle comuni¬
tà il loro posto. La maggior
parte delle persone che ho
incontrato e con le quali ho
parlato, mi sembra impe¬
gnata a FL in modo molto
profondo; molti di loro si
chiedono come poter vivere
la loro vocazione di FL nella
vita quotidiana, privata e
professionale.
Una caratteristica che ho
notato è la buona animazio¬
ne, nel vero spirito di Fede e
Luce. Gli italiani hanno
un’immaginazione molto ric¬
ca, ma ogni dettaglio è adat¬
to alle persone con handi¬
cap.
Durante una sera, in una
veglia c’era un mimo che do¬
li cammino di una comuni¬
tà è fatto di tanti piccoli pas¬
si quotidiani; così piccoli, a
volte, che quasi non ci accor¬
giamo della strada che stia¬
mo facendo finché non rag¬
giungiamo cose più grandi
di noi, di fronte alle quali
possiamo solo meravigliarci
e dire grazie al Signore.
Noi di « Camminiamo in¬
sieme » abbiamo vissuto
uno di questi momenti spe¬
ciali il 24 settembre scorso:
in quella domenica, Paolo e
Gianfranco — due fratelli
adulti della nostra comunità
— erano in mezzo ai ragazzi
della parrocchia di Marzoc-
ca, felicissimi di ricevere il
sacramento della Cresima.
Nello stesso giorno, Lucia,
una bimba che tutti amiamo
yeva introdurre la preghiera.
È stato, per me, ottimo: un
giovane cerca il suo posto
nella vita che gli sembra as¬
surda e scopre pian piano la
verità dell’amore. Tutto era
molto semplice e accessibile
alle persone con handicap e
nello stesso tempo a un alto
livello di arte drammatica.
Gli Italiani hanno dei doni ti¬
pici quali la facilità dei con¬
tatti, una grande apertura,
un senso forte dell’umori¬
smo e prima di ogni cosa,
molta gioia naturale. Questa
gioia traspare dalle loro co¬
munità.
molto, ha ricevuto la prima
Comunione. P. Danilo mi
aveva chiesto di seguirla un
pochino nei giorni preceden¬
ti e di esserle vicina anche
durante la cerimonia.
Grazie a Lucia, ho scoper¬
to ancora una volta la pro¬
fonda bellezza dei sacra¬
menti, forse nella loro più in¬
tima essenza: la bellezza di
« chiedere scusa a Gesù »
per come siamo, di attende¬
re con trepida gioia quel
« pane fino fino che è
Gesù ».
Qualcuno crede ancora
che alcune persone non pos¬
sono ricevere i sacramenti
perché non sono in grado di
« capirli ». Io mi chiedo se ci
sia da capire molto più di
quello che ha capito Lucia o
Dal gruppo « Camminiamo Insieme » di Marzocca
« Quel pane fino fino... »
23
vita di Fede e Luce
se non si tratti, piuttosto, di
« vivere » i sacramenti.
Lucia ha vissuto con tutta
se stessa la gioia del perdo¬
no e della Comunione. E
Paolo e Gianfranco parlano
Chiara Frassineti, respon¬
sabile della Comunità di S.
Silvia a Roma, è stata tre
mesi in una casa Arche in
Honduras. Ci racconta la sua
esperienza.
Fotografìe di Chiara F.
ancora spesso della loro Cre¬
sima: come potranno non
essere nel mondo testimoni
di Cristo coloro ai quali sono
state rivelate grandi cose?
Stefania
L’Honduras è uno dei pae¬
si dell’America centrale, si¬
tuata tra il Nicaragua, il Sal¬
vador e il Guatemala.
Tredici anni or sono, è co¬
minciata anche qui l’avven¬
tura dell’Arche.
Oggi sono tre i foyers in
Honduras, due nella perife¬
ria della capitale, Teguciga-
plupa, ed uno nel sud del
paese, a Cheluteca. Qui nel¬
la casa di S. José ho vissuto
da agosto a novembre dello
scorso anno.
La comunità è molto gio¬
vane e non è ancora ben
strutturata come le case del¬
la capitale. Quattro anni fa,
il Vescovo di Cheluteca se¬
gnalò la difficile situazione
di Sulema, una ragazza mol¬
to disturbata nella mente,
che aveva allora tredici anni.
In seguito alla morte della
mamma, l'unica che si occu¬
pava di lei, Sulema cominciò
a vivere per la strada, scher¬
nita ed oltraggiata da alcuni
vicini, sia per il suo aspetto
un po’ goffo, sia per i suoi
In una comunità Arche dell’Honduras
Quanto poco basta!
24
modi un po’ aggressivi di re¬
lazionarsi, che spesso inti¬
morivano, finché venne in¬
ternata in un ospedale psi¬
chiatrico della capitale.
Pilar, una giovane, accolse
l’invito del vescovo; venne
cercata una casa, in un quar¬
tiere vicino a quello dove
aveva vissuto Sulema; una
casa semplice, come tutte le
altre, con le mura di fango e
rami, il tetto a tegole.
Pilar è stata affiancata per
due anni da Melba, una ra¬
gazza honduregna; accolse¬
ro Sulema, Mela e due fratel¬
li, Felipe e Santos.
Questi, durante la mia
permanenza erano assenti,
essendo ospitati in due altre
comunità.
Una signora, che vive con
la sua famiglia a pochi isolati
dalla casa, veniva tutti i
giorni a condividere la no¬
stra giornata; con grande di¬
sponibilità, voleva bene a
ciascuno come fosse un fi¬
glio; tutti la chiamavano ma-
mita Andrea. C’è poi Che-
ma, un ragazzo di una trenti¬
na d’anni, i cui genitori sono
parecchio anziani, che vive¬
va parte della giornata vaga¬
bondando ed elemosinando.
È molto esile, avanza incerto
con l'aiuto di un bastone e i
bambini si divertono a fargli
perdere l'equilibrio. Da un
anno Chema raggiunge la
comunità ogni mattina, trat¬
tenendosi fin dopo il pranzo,
rendendosi utile nel taglio
della legna.
La vita della casa S. José è
molto semplice. Al mattino
presto, mi ritrovavo con Pilar
e Melba nella cappellina per
un momento di adorazione;
poi una di noi svegliava le
ragazze e le aiutava a prepa¬
rarsi, un'altra preparava la
colazione, un’altra riordina¬
va la casa.
A colazione avevamo sem¬
pre qualche ospite di pas¬
saggio (così come a pranzo)
e condividevamo con lui
quello che c’era. Spesso era
nostra ospite Lupita, con
uno dei suoi quattro bambi¬
ni. La famiglia di Lupita è la
famiglia più vicina alla casa
e fin dall’inizio è stata vici¬
na, solidale e disponibile. Le
sue bambine giocano volen¬
tieri con Mela o Sulema; se
manca qualcosa in cucina,
basta dare una voce, e se
qualcuno di noi andava al
mercato, era l’occasione per
ricambiare il favore.
Durante il giorno ognuno
ha il suo lavoro nella casa.
Mela lavora in cucina con
mamita Andrea e aiuta a
preparare prenzo e le tortil-
25
las per la cena. Chema taglia
la legna che serve per cuci¬
nare; Sulema si occupa di
trasportare i pezzi di legna
da fuori in cucina. Gli altri
hanno lavori che variano a
seconda delle esigenze: un
giorno c’è il tetto da riparare
per evitare che la cucina si
allaghi quando piove. Un
giorno si ricavano cuscini da
un vecchio materasso di
gomma piuma; un giorno si
imbianca una parete, un al¬
tro si ricompone una parete
che per il caldo e il secco si è
tutta scrostata. Ovviamente
non manca mai la roba da la¬
vare, raccomodare, la spesa
da fare in città e resta sem¬
pre poi il tempo per stare
con la gente. Qui, vicini alla
campagna, la gente vive
prevalentemente fuori dalle
case; per le strade sono rare
le macchine; la strada non è
asfaltata. In casa poi, di soli¬
to piccola e buia, non c’è un
gran che da fare. Una sedia,
due amache, un tavolinetto
in un angolo, una cassa dove
tenere i vestiti di tutta la fa¬
miglia; questo è in media lo
scarno arredamento (c’è
qualcuno che ha di più, ma
parecchi non hanno nemme¬
no questo).
Così le donne si incontra¬
no fuori, magari andando al
mulino: parlano tra loro del
prezzo del mais che è salito
alle stelle; del precario lavo¬
ro dei mariti o dei figli. Il sud
è la regione più povera del
paese, in parte per le insta¬
bili condizioni del clima sub-
tropicale che alterna piogge
diluviali a siccità estreme; in
parte perché la terra è in
mano di pochi latifondisti.
Il pomeriggio è il momen¬
to delle visite. Diverse per¬
sone venivano a trovarci per
sapere come stavamo, per
aiutarci in quello che pote¬
vano, per condividere qual¬
che momento della vita della
comunità.
Spesso eravamo noi ad an¬
dare in visita. Il martedì, ad
esempio, si andava con Sule¬
ma da Clorinda e Luis: han¬
no sei figli, di cui tre handi¬
cappati. Ricordo la prima
volta — era il secondo gior¬
no che mi trovavo a Chelute-
ca — in cui entrai nella loro
casa.
Mi sentivo a disagio, in¬
gombrante, mi sentivo
« gringa » (termine popolare
per indicare uno straniero);
straniero per loro è sinonimo
26
Vita, di Fede e Luce
di opulenza. Un odore pe¬
sante impregnava l'aria: in
una delle due amache, av¬
volta in poveri panni, c’era
Sandrita, una piccola bimba
di 15 anni; il suo sguardo in
cerca di qualcosa, si muove¬
va lento per scorgere i nuovi
ospiti. Letizia correva per la
casa passando dalla stanza
alla cucina e facendo poi il
giro dall’esterno per poi ri¬
tornare, una risatina e via di
nuovo; Naum anche lui
come la sorella correva sen¬
za requie, rifiutando ogni
tipo di indumento, in cerca
convulsa di una manciata di
pasta di mais o di capelli di
Letizia. Alexi e Luisito gio¬
cavano con trottole di legno
e Antonia, la maggiore, al la¬
vatoio era intenta a lavare,
con un minuscolo pezzo di
sapone, un monte di panni
in un'acqua riempita di terra
e altro da Naum. Luis era
fuori per il lavoro.
Clorinda ci accolse con un
grande sorriso cordiale. Le
ho sempre visto questo sor¬
riso, anche quando, al mo¬
mento della mia partenza,
era molto malata. Ci invitò a
sederci sull’amaca libera,
riesumò una sedia, che, ap¬
poggiata ad una parete, po¬
teva andare. Tutto quello
che c’era nella sua casa era
a nostra disposizione. Scom¬
parve in cucina e riapparve
con due piatti con tortillas
calde e fagioli. I piatti eano
solo per noi ospiti. Mi senti¬
vo veramente di troppo;
avevo visto che in cucina
esisteva una sola pentola
con dentro un po' di fagioli.
I poveri mancano spesso
dall’essenziale ma sono
- ^
Aiutaci a raggiungere altre persone;
Mandaci nomi, cognomi e indirizzi (scrìtti chiaramente) di persone che possono
essere interessate a questa rivista. Invieremo loro una copia saggio.
Per comunicarci i nomi puoi usare il modulo stampato sotto.
Il nostro indirizzo è: Ombre e luci - Via Bessarione, 30 - 00165 Roma
X
Nome e Cognome
Indirizzo
Città o Paese
C.A.P.
Nome e Cognome
Indirizzo
Città o Paese
C.A.P.
Nome e Cognome
Indirizzo
Città o Paese
C.A.P.
pronti altrettanto spesso a
condividere quello che han¬
no. Dovevo imparare a saper
ricevere. In quei pochi mesi
mi son dovuta confrontare
con quelli che sono i bisogni
fondamentali dell’uomo, con
l’essenzialità.
Come sono poche le cose
che bastano ad una donna,
ad un uomo, ad un bambino
per vivere ed essere sereni.
Come pensare allo spreco,
al consumismo, al benesse¬
re, all’individualismo del no¬
stro NORD che da troppo
tempo vive nella sola ricerca
del dominio. Come non rico¬
noscere che il mondo è cru¬
delmente e pericolosamente
lacerato da divisioni. Credo
che ogni essere umano è
prediletto da Dio, che ogni
essere umano ha la stessa
dignità di fronte a Lui. Allora
credo che dobbiamo uscire
dal mondo dell’indifferenza
e lasciarci interrogare pro¬
fondamente dal mistero del¬
le beatitudini.
>£ -
Nome e Cognome
Indirizzo
Città o Paese
C.A.P.
Nome e Cognome
Indirizzo
Città o Paese
C.A.P.
Nome e Cognome
Indirizzo
Città o Paese
C.A.P.
Nome e Cognome
Indirizzo
Città o Paese
C.A.P.
Nome e Cognome
Indirizzo
Città o.Paese
C.A.P.
I
Grazie ai lettori che inviano quote di abbonamento
maggiori: ci permettono di mandare Ombre e Luci a
persone che hanno difficoltà a pagare la quota.
Grazie alle persone che rinnovano l'abbonamento alla
scadenza risparmiandoci la spesa e il lavoro peri solleciti.
$
Nell’anno 1989 più di ottocento persone hanno
ricevuto Ombre e Luci gratis. Ricordiamo che
questa diffusione promozionale dura un anno,
per dar modo di conoscere bene la rivista prima
di abbonarsi.
Per chi non ha rinnovato l'abbonamento 1990
- (ordinario L. 15.000 - sostenitore L. 30.000)
Intestare a :
Associazione Fede e Luce - Via Cola di Rienzo,
140 - 00192 Roma
C.C.P. n. 55090005
29
Ecco, faccio
una cosa nuova:
proprio ora
germoglia,
non ve ne
accorgete?
ISAIA